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Mappe del crimine, istruzioni per l’uso

10 gennaio 2011

Cosa sono le mappe del crimine? Qual è il loro scopo, e chi le può realizzare? In che senso il crime mapping può essere usato come uno strumento ideologico, e qual è il ruolo del giornalista? Qual è la differenza tra una mappa del crimine (realizzata dalla polizia) e una mappa della cronaca nera (come quella di Milano – Il giro della nera)? Qualche risposta nel post di oggi.

***

Crime mapping e sicurezza: un nuovo ruolo per la cronaca nera?

di Daniele Belleri


«Spinaceto, pensavo peggio! Non è per niente male!», grida stupito Nanni Moretti a bordo della sua Vespa, sotto il sole d’agosto, lungo le strade romane di Caro diario. Pochi secondi prima, all’ombra dei palazzi di periferia, la voce fuori campo del regista aveva spiegato: «Spinaceto è un quartiere costruito di recente. Viene sempre inserito nei discorsi per parlarne male: ‘Beh, ma qui siamo mica a Spinaceto!’, ‘Ma dove abiti, a Spinaceto?’».

Come succede nella Capitale, così va nel resto del mondo. Ogni abitante di Milano, Palermo o New York ha una certa idea della sua città, e soprattutto ha ben chiaro quali sono le zone da evitare. Quelle più depresse e malfamate. Quelle, insomma, meno sicure: le sue Spinaceto. Ma su cosa si basano questi giudizi, capaci di avere ricadute sul mercato immobiliare? Su fatti e conoscenze oggettivi o soltanto sul sentito dire? E qual è il ruolo della cronaca nera?

In pratica, siamo sicuri che le parti della città conosciute come tranquille siano quelle in cui avvengono meno crimini? Ed è giusto che i presunti brutti quartieri abbiano questa fama? Una risposta a queste domande prova a darla il crime mapping. È uno strumento quasi sconosciuto in Italia, ma molto diffuso negli Stati Uniti e in Inghilterra, dove di recente è stato promosso dal sindaco di Londra, Boris Johnson. Il crime mapping è l’analisi dei fenomeni criminali che si verificano in una città, secondo la loro distribuzione geografica: strada per strada, piazza per piazza. La novità è che queste informazioni, da sempre di esclusivo dominio della polizia, vengono ora pubblicate su Internet, a disposizione di tutti, pronte ad essere rielaborate in nuovi contenuti e nuove mappe. È una vera rivoluzione della trasparenza nel modo di affrontare le tematiche della sicurezza.

Dove tutto questo ancora non è successo, come in Italia, gli abitanti delle città (e persino gli stessi giornalisti) rischiano a volte di subire in modo passivo i discorsi sulla sicurezza, viziati da interessi di natura politica. Questi ultimi si sono fatti molto pressanti in particolare dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani, a Roma nell’autunno 2007, e in seguito alle rivolte di via Padova, a Milano nel febbraio 2010 (video di Gaia Berruto).


La questione del crime mapping è interessante perché impone di pensare a un diverso ruolo della cronaca nera. L’idea che tutti abbiano accesso alle mappe e agli archivi della polizia sembrerebbe incrinare l’utilità del giornalisti di professione, come succede per il citizen journalism e l’informazione gratis su Internet. In realtà, in tutti questi casi, non può mai venire meno il cuore della missione giornalistica: il bisogno di interpreti della realtà, intesi come coloro che selezionano il materiale informativo in eccesso, tipico della società dell’informazione, e ne propongono una lettura critica. Per non soccombere al crime mapping, ma anzi sfruttarlo come inesauribile fonte di notizie, la cronaca nera di domani potrebbe quindi svincolarsi dal resoconto di pochi fatti eclatanti (omicidi, stupri, rapine milionarie), per avviare grazie alla cartografia un monitoraggio costante della situazione sociale e urbanistica, anche nei suoi aspetti più minuti (piccoli furti e rapine di strada, vandalismo e gang giovanili).

Più in generale, le mappe del crimine sono strumenti che vanno usati con cautela anche per altri rischi che portano con sé. Il primo è quello di stigmatizzare le aree urbane dove si verificano più reati. Il secondo è quello di incoraggiare una visione egoistica della città, dove la ricerca di sicurezza raggiunga vertici di paranoia e intolleranza ai minimi segnali di socialità nello spazio pubblico, in una vittoria del modello delle gated community anglosassoni o dei coprifuoco milanesi.

Spetta al giornalista ovviare a queste derive, e i modi possono essere quelli della comparazione. Una comparazione prima di tutto statistica, cioè un confronto per evidenziare i risultati positivi ottenuti nel corso degli anni sul versante del calo dei reati, in alcuni quartieri. Questo avrebbe il doppio risultato di fare pressioni sull’amministrazione cittadina, per un suo intervento, e di offrire alle aree oggi più in difficoltà una prospettiva di riscatto a breve termine. E in secondo luogo una comparazione con un’altra mappa del rischio: quella della cronaca nera. Su quest’ultima sono segnati soltanto alcuni degli eventi criminali: quelli selezionati e trasformati in notizie da parte di agenzie di stampa e quotidiani. Parliamo di una porzione molto piccola di tutti gli episodi registrati dalle forze dell’ordine: ogni giorno, sulle decine e decine di interventi riportati nel mattinale della Questura di Milano, solo due o tre diventano materiale per notizia. Ma in base a quali criteri, visto che è la polizia a farne relazione? E quali realtà vengono in questo modo escluse o trascurate? La risposta verrà dal confronto delle due carte geografiche.

La mappa del crimine di Londra: in rosso, l'area di Westminster, dove l'incidenza criminale è maggiore

Intanto, la consultazione della crime map di Londra può svelare alcune sorprese. L’area dove si riscontra il più alto tasso di crimini è infatti (e di gran lunga) quella di Westminster, il cuore politico della capitale. Certo, l’insicurezza è un concetto sfaccettato, e i reati contro il patrimonio (predominanti nelle zone ricche) hanno un impatto emotivo assai minore delle violenze di strada o contro la persona, tipiche dei quartieri depressi. Ma è anche vero che la diffusa equazione tra periferia e criminalità, visto questo risultato, non può che essere ridimensionata.

E in Italia, come va? La mappa della cronaca nera di Milano – Il giro della nera mostra come a Milano la maggioranza delle notizie del 2010 riguardino aree semi-periferiche o periferiche. Eppure, in uno studio di qualche anno fa del Politecnico milanese, a cura di Massimo Bricocoli (di recente autore, insieme a Paola Savoldi, del prezioso Milano downtown. Azione pubblica e luoghi dell’abitare), si notava come nella percezione di polizia, carabinieri, vigili urbani e altri, fosse ancora il centro città, lungo le arterie dello shopping, il luogo più criminoso della metropoli. Insomma, non si ruba a casa del ladro. O forse, ancora meglio: prima si passa dal centro.

Daniele Belleri

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6 commenti leave one →
  1. 11 gennaio 2011 00:16

    caro daniele,
    il problema è che la città non è Monopoli! Non perchè a Parco della Vittoria non possa avvenire qualche crimine ma sicuramente i quartieri che conosciamo di meno possono sempre risultare ad una prima visita più temibili di quanto ci aspettavamo.
    credo che il crime mapping come molti altri strumenti vadano analizzati da coloro che hanno competenze: in mano ad un giornalista d’assalto sono solo l’ennesimo mezzo per inutili allarmisti e terrorismi mediatici.
    L’articolo è molto dettagliato e interessante
    un saluto
    troubledsleeper

    • 11 gennaio 2011 11:35

      Ciao, grazie del commento e degli apprezzamenti.

      La questione delle mappe del crimine è complicatissima e densa di rischi. L’effetto perverso potrebbe essere quello di creare ulteriori, inutili allarmismi, è vero. Eppure non credo che la situazione attuale nella gestione giornalistica e politica dei discorsi sulla sicurezza urbana sia di molto migliore (perlomeno a Milano). Dominano i luoghi comuni, stereotipi vecchi di decenni, e in generale una grande approssimazione.

      La mia idea di mappare il crimine preso in considerazione dai media si abbina a una revisione più grande del modo di fare cronaca nera: dedicando meno attenzione al “chi” (vale a dire ai protagonisti dei crimini: carnefici o vittime) e più al “dove” ho l’idea che la cronaca potrebbe diventare uno strumento di conoscenze e denuncia delle situazioni del territorio, al di là dei singoli episodi eclatanti.

      Poi, certo, le difficoltà sono molte, ed è per questo che in questi mesi sto interpellando diversi professionisti (tra cui urbanisti e sociologi) per provare a sciogliere (o, se non altro, a capire) i nodi più controversi. Da giornalista sono convinto del potere della divulgazione. Ma la migliore interpretazione delle mappe dovrebbe essere fatta da specialisti: su questo siamo d’accordo.

      Di fronte a tante difficoltà e questioni morali, quello che mi conforta sono due cose. La prima: negli Stati Uniti, ad esempio a Los Angeles o a Chicago, la mappa del crimine redatta dalla polizia è usata come database per i giornalisti dei quotidiani locali Times e Tribune. La seconda: al momento attuale non ho fortunatamente nessun potere di influenzare la visione collettiva della sicurezza. Non sono il Tg1.

      Grazie ancora e a presto
      Daniele Belleri

      P.S. Se hai tempo e voglia, questa mia intervista a Wired esprime abbastanza bene il mio punto di vista complessivo

      • 13 gennaio 2011 22:16

        l’articolo rende bene l’idea del blog. ancora complimenti e buoni aggiornamenti!

  2. Gloria permalink
    11 gennaio 2011 20:33

    Complimenti per le interessanti informazioni e per le lunghe indagini che hai fatto.Ho letto su corriere.it un articolo in merito al tuo blog e sono venuta a curiosare; da Milanese, lo trovo utile, bella idea

  3. pedrita permalink
    15 gennaio 2011 10:26

    complimenti vivissimi per il sito, che sfata diversi luoghi comuni.

    Ne sappiamo qualcosa noi sardi, e in particolare noi abitanti di Orgosolo…

Trackbacks

  1. LSDI : La mappa del crimine in un ‘’giro della nera’’

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